MONTEROTONDO – Per la prima volta il sistema di potere scricchiola e parecchio. Dopo 74 anni di governo ininterrottamente controllato da una nomenklatura ex Pci, Pds, Ds e ora Pd, dalle urne non esce una maggioranza politica sufficientemente forte da eleggere il sindaco. Saranno dunque i cittadini, nel turno di ballottaggio di domenica 9 giugno, a scegliere il capo dell’amministrazione. Nella prima vera partita democratica della elezione diretta, dovranno mettere una croce su un nome o sull’altro.
Il secondo turno alle elezioni comunali è un inedito per Monterotondo. Dalla riforma della legge elettorale del ’93 del secolo scorso (fino ad allora i sindaci venivano nominati dalla maggioranza politica), c’è un solo precedente, se così si può definire, e risale al 1995. Quando un tecnicismo obbligatorio, imposto da una sentenza definitiva della magistratura ordinaria, invalidò, a distanza di mesi e con il sindaco già insediato, la partecipazione alle elezioni (svolte e decise al primo turno) di una delle liste in campo. Carlo Lucherini, nella storia ininterrottamente sullo scranno più importante di Palazzo Orsini dal ’78 e per 21 interminabili anni, dovette così riscendere nell’agone e sfidare in un ballottaggio postumo e inedito Marco Di Andrea, avvocato all’epoca esponente di spicco di Alleanza nazionale, l’avversario della minoranza che aveva ottenuto consenso con il Polo delle Libertà.
Sono passati 24 anni e tanta acqua sotto i ponti. Lucherini venne confermato sindaco e lasciò il testimone nel 1999 a Tonino Lupi che a sua volta, dieci anni dopo, lo avrebbe passato a Mauro Alessandri. Negli ultimi vent’anni, quatto elezioni comunali sono sempre state decise al primo turno grazie alla maggioranza politica forte uscita dalle urne. Una continuità che si è interrotta domenica scorsa. Il 26 maggio, per la prima volta, dai seggi è uscito il segno meno. La coalizione di centro sinistra, storicamente una corazzata del consenso, non ha superato la soglia del 50% fermandosi al 44. Troppo poco per far scattare la elezione di Riccardo Varone, 33enne studente universitario, da dieci assessore alla cultura, indicato da tempo nel ruolo del delfino dalla nomenklatura rossa. Il prossimo 9 giugno se la vedrà con Simone Di Ventura, 28 anni, laureato in giurisprudenza, praticante avvocato, democrat pentito che ha scoperto il civismo mettendosi a capo di una coalizione ampia che va da Forza Italia alla Lega. Una operazione di cucitura tra forze politiche di centrodestra che lo ha ripagato con il 37% dei consensi. La novità vera, stavolta, è che saranno i cittadini a scegliere direttamente il loro sindaco sulla base delle singole preferenze individuali. Con i partiti e soprattutto i pesanti big di centrosinistra, almeno formalmente, usciti di scena. Sarà insomma una corsa a due fino all’esito, sulla quale peseranno capacità di mettersi in gioco e di convincere l’elettorato indeciso o astenuto. Una partita tra due individualità, due singoli, due aspiranti sindaci: vincerà il migliore e il più determinato. (red.pol)







